“Ritorno al Vajont” di Federico Marchioro
Lo scorso fine settimana, assieme all’amico Nicola, infaticabile compagno di strada e paziente ascoltatore di tante mie confessioni nelle ore più scure della notte, sono ritornato a far visita alla diga del Vajont, alla sua valle e ai paesi di Erto e Casso con l’obbiettivo di effettuare alcune riprese video e di raccogliere testimonianze e materiale sulla tragica data del 9 ottobre 1963; tutto quello che mi poteva essere utile per la realizzazione di un video sulla canzone “Vajont”, previsto intorno ad autunno inoltrato.

Erano poco più di 4 anni che non ritornavo in quei posti così densi di storia e generosi di spunti emotivi e, devo dire, l’emozione è stata molto forte.
Tante parole messe su carta non bastano per riuscire a raccontare e a rendere l’idea di quello che ho provato in quella giornata .
Il pensiero che avevo, osservando il paesaggio, era l’impossibilità di riuscire anche solo ad immaginare le proporzioni fisiche e materiali di quel disastro; come una tale massa di terra, praticamente mezza montagna, sia precipitata in quella valle ad una velocità tale da provocare un mare d’acqua capace di distruggere boschi e case, scavalcare una diga e spazzare via interi paesi dalla faccia della terra.

In questi ultimi anni la storia del Vajont è uscita da uno dei tanti ripostigli della nostra storia nazionale e molti turisti vengono fin quassù per cercare di capire, informarsi, rendersi conto circa quello che accadde quasi 44 anni fa.
I paesini di Erto e Casso sembrano accogliere questi forestieri con quella timida ospitalità, tipica dei piccoli borghi di montagna;
timidezza velata però dalla sottile consapevolezza che quei veloci visitatori della domenica, compreso me stesso, armati di zaini in gore-tex e macchine fotografiche dell’ultima generazione, se anche si sono commossi dopo aver ascoltato il racconto di quella storia in cambio di un bicchiere di vino e aver fatto incetta di souvenir, cartoline, libri, quadri e di mestoli in legno, tipico prodotto dell’artigianato locale, torneranno a casa con quell’amaro in bocca per non essere riusciti a capire veramente quella solitudine e quel senso di vuoto in chi ha vissuto, “sulla pelle viva”, la notte del 9 ottobre 1963 nella valle del Vajont.

Federico Marchioro


BELLA QUESTA STORIA
Tutto risveglia in me infiniti ricordi.
Io,allora capitano,giunsi sul luogo al comando di 500 artiglieri
del 33° Rgt. artiglieria della Divisine “Folgore” subito dopo il disastro per fronteggiare,per quanto possibile,le esigenze complesse e dolorose determinatesi.